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"NON SI MOLLA… E CHE DIO CI BENEDICA!"


Analisi delle proteste agricole nel contesto italiano


I 10 punti

Per cercare di comprendere non solo le rivendicazioni e le istanze, ma anche le cause del malcontento sempre più diffuso nel settore agricolo, abbiamo deciso di concentrarci sulle voci di chi sembra avere qualcosa da dire in questo frangente: gli agricoltori stessi. Il 30 gennaio del 2024, esce infatti un manifesto di 10 punti che rappresenta le istanze dei lavoratori e delle lavoratrici di questo settore. 10 punti fondamentali da indagare a fondo per comprendere il senso di quanto l’Italia ha vissuto in questi mesi di proteste.

Il coordinametno nazionale Riscatto Agricolo, per le proteste del 30 gennaio, pubblica il documento che riassume le richieste degli agricoltori. Possono essere suddivisi in macroaree di argomenti:

ASPETTI LEGATI AL GREEN DEAL EUROPEO:

  • 1: Riprogrammazione del Gren Deal. Revisione completa della Politica Agricola Europea, in quanto di estremismo ambientalista e a discapito della produzione agricola e dei consumatori (Cerealicoltura, allevamenti, regolamenti sui digestati….).
  • 4: Abolizione immediada di vincoli e incentivi per non coltivare i terreni. Eliminare l’obbligo di non coltivare il 4% dei terreni ed ogni forma di contributo volta a disincentivare la coltivazione.

ASPETTI LEGATI ALLA GESTIONE STATALE:

  • 2: Importazioni e libertà di impresa. Vietare l’importazione di prodotti agricoli provenienti da Paesi dove non sono in vigore gli stessi nostri regolamenti produttivi e sanitari. Garantire la libertà di impresa, anche varando leggi che combattano il dumping economico per i prodotti agricoli ed alimentari.
  • 5: Detassazione in agricoltura (IRPEF-IMU). Mantenere un regime fiscale adeguato per il mondo agricolo, viste le criticità economiche causate dall’aumento esponenziale dei costi di produzione e dalla flessione dei mercati dei prodotti agricoli.
  • 6: Agevolazioni carburante agricolo. Mantenere anche dopo il 2026, il sistema che tiene calmierati i costi del gasolio agricolo.
  • 7: Cibi sintetici. Regolamenti stringenti che contrastino l’ingresso sul mercato di cibi sintetici.
  • 8: Riforma aliquota iva applicata. . Ridurre o addirittura togliere l’iva su alcuni prodotti alimentari primari. Per il vino applicare un’aliquota massima del 10%.
  • 9: Fauna selvatica. Lo Stato deve garantire un contenimento della fauna selvatica e rispondere direttamente ed in tempi brevi dei danni diretti ed indiretti da essa provocati.

ASPETTI LEGATI ALLA RAPPRESENTAZIONE DEGLI AGRICOLTORI:

  • 3: Istituzione di un tavolo tecnico. Chiediamo l’istituzione di un tavolo tecnico di soli VERI agricoltori, che siano coinvolti ogni qualvolta si vari o si ritocchi una normativa che riguardi direttamente o indirettamente il settore agricolo ed alimentare.
  • 10: Riqualificazione della figura dell’agricoltore. A partire dalle scuole, riqualificare la figura dell’agricoltore ed allevatore, valorizzandola e non additandola come responsabile dell’inquinamento ambientale. L’agricoltore è una figura fondamentale per la società in quanto tutore dell’ambiente e produttore di cibo/vita.

Vediamo, gruppo per gruppo, come queste rivendicazioni nascono e si articolano tra le lotte degli agricoltori.



Il Green Deal Europeo: un difficile equilibrio:



Dal 2020, la Commissione Europea ha introdotto, all’interno della PAC, il Green Deal: un piano di supporto economico per preservare la biodiversità e mitigare il cambiamento climatico. La spesa della PAC è sempre stata in cima alla lista di priorità europee, per riqualificare aree rurali, incentivare il lavoro agricolo, promuovere il benessere di agricoltori mantenendo quello dell’ambiente e gestione dei cambiamenti climatici. Eppure, in questa situazione di urgenza, si può osservare una netta decrescita dei fondi destinati alla PAC al netto della spesa Europea. Un primo aspetto di difficile comprensione, al netto dell’emergenza climatica.



Tornando alla PAC di questo quinquennio, il piano strategico 2023-2027 prevede una spesa di €386.6 miliardi. La PAC viene suddivisa in due macrocategorie di spesa: EAGF (pagamenti settoriali e diretti) e EAFRD (sviluppo rurale), due aspetti strettamente legati che sono così suddivisi:



I due principali pagamenti diretti sono il Basic Income Support for Sustanibility (BISS) e gli eco-schemi. Il primo ha lo scopo di guidare la transizione ecologica con un supporto diretto. Gli eco-schemi, invece, sono fondi destinati agli agricoltori che adottano direttamente parametri e direttive europee, trasformando il proprio lavoro in modo che risulti maggiormente sostenibile.

Ogni stato europeo ha poi la propria organizzazione che decide in che modo suddividere i fondi. Vediamo il caso italiano.

Distribuzione di fondi e il problema della burocrazia italiana

L'Italia risulta il quarto paese per fondi legati alla PAC di tutta l'Europa, con 5712,5 milioni di euro disponibili per mettere in atto il proprio piano strategico agricolo. Allocare i fondi prevede prendere in considerazione numerosi aspetti territoriali: l'area, il numero degli agricoltori, la situazione economica e la tipologia di coltivazione.



L’Italia dunque gode di una quantità interessante di fondi allocati, ma qui subentra un grosso problema di possibilità di spesa. La complessità burocratica dei bandi è un grave scoglio per l'utilizzo dei soldi dell’Unione Europea. Un articolo del Sole24Ore stima che a fine aprile 2024, su 74 miliardi di euro disponibili allocati per la spesa tra 2021 e 2027, l’Italia abbia usufruito di 621 milioni, lo 0,9% del totale.

Brunori: Uno di questi [problemi] è l'aggravio burocratico: ogni regola e ogni incentivo vengono vincolati ad uno specifico set di regole. Si tratta, tutti i giorni, di aver paura di trasgredire una serie di aspetti burocratici, con le relative sanzioni.

Vi è un altro problema: come vengono gestiti e distribuiti questi fondi? L'Italia, insieme a diversi altri stati europei, ha scelto di non applicare misure di distribuzione proporzionata alla dimensione economica.

crisi

Questa scelta crea una potenziale situazione di concorrenza economica e spinta per incentivare la produzione massiva di grandi corporazioni agricole, ma inevitabilmente svantaggia uno sviluppo economico equo per consentire ad agricoltori meno abbienti di poter avanzare economicamente. Alla luce del quadro precedentemente visto sulla situazione agricola italiana, non rappresenta una scelta atta a tutelare i diritti dei piccoli produttori.

Le parole di GreenPeace nel loro report annuale (2023) sono molto chiare:

I numeri inoltre parlano chiaro: l’80% dei finanziamenti europei destinati all’agricoltura italiana finisce nelle casse di una minoranza privilegiata (il 20% dei beneficiari). Questo sistema penalizza le piccole aziende e favorisce quelle più grandi: secondo i dati Eurostat, l’Italia ha perso oltre 320 mila aziende in poco più di 10 anni (tra il 2004 e il 2016), con un calo del 38% tra le “piccole” a fronte di un aumento del 21% delle aziende “molto grandi” e del 23% di quelle grandi. In un contesto di crisi economica, geopolitica ed ecologica che vede l’aumento dei prezzi delle materie prime e il calo del potere d’acquisto dei cittadini, i piccoli allevatori sono tra le categorie che pagano un prezzo molto alto perché il loro reddito, già esiguo, non fa che ridursi.

Parole alle quali fa eco la voce del prof. Bruori:

Tutto questo deve tenere in conto che la PAC è una politica fortemente iniqua. L'80% dei fondi vengono destinati al 20% delle aziende. La comunità economica europea ha fin da sempre dato l'impressione che i soldi fossero un diritto a cui non corrispondevano doveri. Quindi ora gli agricoltori dipendono strettamente da fondi europei ma lo considerano come un diritto acquisito.

Vediamo allora come l’Italia distribuisce i pagamenti diretti ottenuti dall’Europa.



Questi sussidi possono essere suddivisi in due tipi: diretti, come i trasferimenti di risorse direttamente ai produttori, e indiretti, come sconti fiscali e altre agevolazioni. In questa categoria sono inclusi incentivi, agevolazioni, finanziamenti agevolati ed esenzioni fiscali. Vengono contati, in questo caso, la riduzione fiscale di benzina e gasolio, l’IVA agevolata e altri sgravi fiscali.



Sono tutti sussidi che, nonostante la visibile contraddizione, vivono all’interno del Green Deal, piano appositamente definito per contribuire alla diminuzione dell’impatto antropico sul pianeta. Eppure, il sistema stesso in cui si vive, si produce e si consuma, porta a ritenere irrinunciabili misure del genere per sostenere le imprese agricole, generando una crasi impossibile.

Ma c’è di più. Esiste anche un’altra tipologia di aiuti, questa volta indiretti, il cui impatto sull’ambiente è esplicitamente pericoloso. Non esplicitamente citati, vi sono i SAD, ovvero sussidi ambientali dannosi, affiancati ai SAI ("sussidi ambientali incerti"). Si tratta di aiuti che vanno a coprire i costi di fertilizzanti e pesticidi.

Fertilizzanti e Pesticidi

In Italia, l'ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) monitora la situazione legata all'uso di pesticidi, e il quadro fornito fino al 2021 è il seguente:



Come si evince, i fertilizzanti chimici sono il doppio di quelli organici, raggiungendo picchi superiori alle 11000 tonnellate. Per limitare i danni ambientali dovuti all’uso di fertilizzanti chimici, la commissione Europea ha decretato precisi obblighi da rispettare per ripristinare condizioni ecologiche danneggiate, dalle terre agricole ai mari, dalle foreste agli ambienti urbani. Infatti, essa propone di ridurre del 50% l'uso e il rischio dei pesticidi chimici entro il 2030. Tra le gravi implicazioni dell'uso di tonnellate di pesticidi, si richiamano infatti spesso la biodiversità a rischio e la concentrazione di pesticidi trovate negli alimenti.



In pochi anni, l’Italia dovrebbe quindi rendere costante il trend di decrescita fino ad un raggiungimento dell’obiettivo per il 2030. Pena, la perdita di preziosa biodiversità.

Biodiversità

L'obiettivo è riparare l'80% degli habitat europei in cattive condizioni, coprire almeno il 20% delle terre e delle aree marine dell'UE entro il 2030 con misure di ripristino della natura, ed estendere eventualmente queste misure a tutti gli ecosistemi che necessitano di ripristino entro il 2050.

L'Italia è un paese che dovrebbe mantenere un impegno particolare: è tra gli stati europei con il più alto livello di biodiversità. Si stimano esserci più di 58,000 specie locali, ma il cambiamento climatico ha messo a durissima prova, qui come nel resto d’Europa, il mantenimento di habitat adatti. Il rischio di sparizione di specie animali e di danneggiamento di interi ecosistemi non è solo allarmismo, ma una realtà che i dati mostrano.



Oltre alla questione dei pesticidi, come si muove l’Europa per la salvaguardia della biodiversità?

Vincoli di produzione: una strategia efficace?

Sempre nell’ottica di limitare i danni ad ecosistemi già infragiliti, viene richiesto agli agricoltori di lasciare il 4% dei loro terreni incolti, a partire dal 2025.

Cos'è, dunque, questa misura? Secondo le parole del prof. Brunori: Il 4% è un frutto di un compromesso: inizialmente la commissione dava fondi per ettarno ma se fatte rotazioni per ettaro, e le organizzazioni si sono impuntate.

D'altro canto, il vincolo del 4% incolto non riguarda la rotazione della semina che permette una maggiore produttività e resistenza del terreno. Sono due aspetti separati, dal momento che la riduzione di SAU coltivata non ha uno stretto beneficio in termini di ripresa del terreno, ma è maggiormente pensato per una tutela di specie. Per questo motivo, gli agricoltori sono estremamente scettici rispetto a questa tipologia di misura. Entriamo ora nel merito della SAU.

Uno sguardo alla SAU

La SAU è la Superficie Agricola Utilizzata, un indicatore fondamentale per comprendere lo stato dell’arte del settore agricolo italiano. Fondamentale, anche, per comprendere un aspetto critico per gli agricoltori italiani: negli ultimi dieci anni, la SAU è fortemente diminuita, toccando cali del -33% al Sud e nelle Isole. Ciò significa, come riporta Altreconomia, che sono scomparse due aziende agricole su tre.

Il tutto, però, al netto della crescita del territorio boschivo. Questo, ci spiega il prof. Bruonori, ha una ragione molto semplice:

Brunori: “Nel censimento ISTAT tra il 2010 e il 2020 vediamo un aumento del bosco perché molti terreni vengono abbandonati. Contemporaneamente, la SAU decresce”

Il motivo è ricavabile dal grafo mostrato sopra: l’unica quantità di SAU e SAT non in netta decrescita è quella delle aziende più grandi. Sempre su Altreconomia , leggiamo:

Tra il 2010 e il 2020 oltre la metà delle piccole aziende con meno di un ettaro hanno chiuso; lo stesso hanno fatto oltre un terzo di quelle che coltivavano una superficie inferiore ai due ettari e un quarto di quelle che ne avevano a disposizione meno di tre. Una vera emorragia, che riguarda in misura minore le aziende più grandi. (ibidem)

Del resto, il censimento agricolo riporta esattamente questo aspetto: la transizione è, anche nel settore agricolo, uno spostamento verso meno realtà più grandi a discapito dei piccoli produttori locali.

Abbiamo deciso di osservare i dati relativi all’andamento di SAU, SAT e territorio boschivo, provenienti dai dati Istat e dall’analisi di telerilevamento.

DATI ISTAT



Attraverso il menù a tendina è possibile selezionare la tipologia di dato di interesse:

  • superficie in produzione - ettari = SAU.
  • superficie totale - ettari = SAT.
  • superficie totale - are = territorio boschivo.

DATI SATELLITARI




Attraverso il menù a tendina è possibile selezionare la tipologia di dato di interesse in base alla classificazione del suolo del modello:

  • Bosco
  • Pascolo
  • Laghi
  • Vegetazione Erbacea
  • Fiumi
  • Strade
  • Colture Permanenti
  • Zone Residenziali
  • Colture Annuali
  • Strade
  • Aree Industriali
  • Totale Zone Agricole


In questa GIF è possibile visualizzare il cambiamento dell'uso del suolo nel tempo in una porzione della regione Toscana:



Test immagine



Ci sono dunque evidenti motivazioni per cui vanno messe in atto precise misure ambientali. Eppure, nonostante la presenza di fondi destinati anche al sostegno per la transizione ecologica, c’è un forte malcontento. Facciamo il punto: come mai gli agricoltori protestano? L’Europa ha risposte per loro?

Gli agricoltori hanno lamentato, nel primissimo punto del loro manifesto, un “estremismo ambientalista” che impedirebbe la coltivazione e la conseguente vendita. Del resto, le politiche Europee mostrano come primario obiettivo la riduzioni di emissioni di gas serra, una conservazione della biodiversità, minor uso dei pesticidi - tutti aspetti che prevedono di cambiare il proprio sistema agricolo. Ma se per tali cambiamenti i sussidi vanno ad ettari, con le proporzioni che abbiamo visto, com’è possibile che realtà contadine più piccole possano adeguarsi e non restare potenzialmente danneggiate dalle richieste dell’Europa? Inoltre, le evidenti difficoltà nel bilanciare un effettivo aiuto economico e le richieste transizione ecologica, che peso possono avere se non distruttivo verso la fiducia per tali realtà politiche?

Al netto della fondamentale importanza di misure a tutela dell’ambiente, il Green Deal è ancora un insieme di misure che si rivelano poco applicabili su un tessuto complesso come quello delle società contemporanee, piene di disparità in costante crescita.


compromesso


Stato e agricoltori: dov’è l’Italia?



Dal 2020, la Commissione Europea ha introdotto, all’interno della PAC, il Green Deal: un piano di supporto economico per preservare la biodiversità e mitigare il cambiamento climatico. La spesa della PAC è sempre stata in cima alla lista di priorità europee, per riqualificare aree rurali, incentivare il lavoro agricolo, promuovere il benessere di agricoltori mantenendo quello dell’ambiente e gestione dei cambiamenti climatici. Eppure, in questa situazione di urgenza, si può osservare una netta decrescita dei fondi destinati alla PAC al netto della spesa Europea. Un primo aspetto di difficile comprensione, al netto dell’emergenza climatica.



L’esponenziale crescita dei costi da sostenere è un dato fondamentale per capire un altro aspetto del malcontento dei contadini: quello della fortissima crisi che colpisce l’economia. Il rapporto annuo di AGRIcoltura100 del 2023 riporta sondaggi che mostrano l'altissima preoccupazione dovuta ad un aumento dei costi di produzione che non accenna a diminuire. I fondi destinati allo sviluppo rurale sono infatti diminuiti, mentre viceversa i costi di produzione sono aumentati del 2,7% secondo le stime ISTAT.

Il ruolo del Fisco nel mondo agricolo

In ambito fiscale, sono ben tre le esplicite richieste degli agricoltori italiani: il mantenimento di un regime fiscale adeguato per il mondo agricolo mantenendo coperte le spese di IRPEF e IMU, le agevolazioni per il carburante agricolo, e una riforma dell’IVA.

Cos’ha fatto il governo? A febbraio di quest'anno, mentre il resto degli stati europei si pronunciava in modo restrittivo sulle agevolazioni economiche richieste dagli agricoltori, l'Italia ha pubblicato con il decreto Milleproroghe una importante riduzione dell'Irpef, che tocca da vicino gli agricoltori. Per il biennio 2024-2025, infatti, i redditi agricoli fino a 10000€ saranno completamente esonerati, mentre quelli fino a 15000 dovranno pagare solo il 50% dell'imposta prevista. Il "contributo agricoltura", poi, si impegna nel fornire aiuti economici alle aziende per acquistare macchinari più idonei rispetto alle misure EU - meno inquinanti, con tracciamenti satellitari e sistemi di condivisione dati. Ma guardando alle preoccupazioni economiche e fiscali degli agricoltori, questo non è il solo aspetto ad essere più complesso di quanto non appaia. La distribuzione dei benefici fiscali non è affatto sinonimo di investimento. Come mai?

Il governo ha introdotto una riduzione delle aliquote - ovvero, scaglioni di fasce di reddito - , che scenderanno da 4 a 3 entro fine legislatura. Questo sistema fiscale mira a semplificare il sistema tributario, eliminando le diverse aliquote progressive presenti nel sistema fiscale tradizionale. Ma, ovviamente, renderebbero la vita di agricoltori già fortemente toccati dal rincaro dei prezzi ulteriormente complessa.

La presenza di esenzioni non ne garantisce l’efficacia.


crisi


Il mercato estero: import ed export

Restando in materia di economia italiana, un altro dei punti rivendicati è la salvaguardia di precisi limiti all'importazione da altri stati. La questione non è unicamente di natura economica: gli agricoltori lamentano soprattutto l'assenza di standard igienici pari a quelli italiani.

L'effetto sarebbe dunque quello di una produzione agroalimentare a basso costo con un dannoso impatto sulla salute, nonché intrisa di complicazioni per lavoratori sottopagati.

Vediamo com'è la situazione italiana sotto questo punto di vista.

Import

La Francia è il principale importatore. Da lì, l'Italia acquista soprattutto bovini vivi, spumanti, carne bovina, zucchero, frumento tenero. Al secondo posto abbiamo la Germania, con formaggi (stagionati e freschi), carne suina, prosciutti freschi o refrigerati. La Spagna, al terzo posto, registra un grosso calo come esportatrice di olio d'oliva verso l'Italia, mentre aumenta l'import di carne suina, soprattutto prosciutti freschi o refrigerati. Passando poi ai Paesi Bassi, l'import principale è di prosciutti freschi o refrigerati, piante vive, patate congelate, zucchero.

Al quinto posto, Polonia e Brasile hanno subito un'inversione di tendenza durante il 2023. Il paese europeo ha infatti aumentato l'esportazione delle carni bovine in Italia, così come l'olio di girasole. Il Brasile, invece, ha diminuito l'export di prodotti come semi di soia, mais e olio di arachidi, così come per le carni bovine. Resta però fondamentale per zucchero e caffè.



Un import che preoccupa: i cibi sintetici Riprendiamo ora uno dei punti delle rivendicazioni, legato ai cibi sintetici e alla decisa volontà degli agircoltori di impedirne l’entrata in Italia.

Non sembra esserci problema: il DDL proposto il 29 marzo dal ministro della Sovranità Alimentare Lollobrigida, che vieta l’ingresso e il commercio di cibi sintetici, è stato poi approvato a luglio.

Il testo vieta agli operatori del settore agroalimentare e della mangimistica di impiegare nella preparazione degli alimenti, bevande e mangimi alimenti o mangimi costituiti, isolati o prodotti a partire da colture cellulari o da tessuti derivanti da animali vertebrati, così come di venderli, importarli, produrli per esportarli e somministrarli.

Ma può davvero rappresentare un problema? La FAO stima che per il 2050 dovremo fronteggiare un aumento della popolazione del 70%, obiettivo incompatibile con l'impatto dell'agricoltura, il cambiamento climatico e la minaccia per la biodiversità. Il consumo di insetti - già ampiamente praticato in diversi paesi - potrebbe quindi essere un'alternativa più sostenibile per l'introito di nutrienti adeguati. Ovviamente, l'aspetto legato ad una certa diffidenza davanti ad un prodotto così diverso dalla nostra tradizione lascia perplessi molti consumatori. Ma questa è e sarà una questione di marketing, informazione e pubblicità. Per il momento, non rappresentano una minaccia per gli agricoltori né un motivo di preoccupazione per la salute.

Export

Dunque, il 71% (dati Ismea Mercati) dell'importazione in Italia avviene all'interno della stessa Unione Europea, mentre a fine del 2023 la Coldiretti registra un record storico di export a 64 miliardi. Un dato che mosterrebbe l'Italia come economia competitiva all'interno di uno scambio di merci che favoriesce l'Europa. I dati disaggregati delle regioni mostrano quali sono le esportazioni registrate. Eppure, il dato interessante da comparare a questo grafo è senz'altro quello sulla tipologia di impresa esportatrice.

Questi dati, ottenuti tramite elaborazioni SACE dei dati Eurostat, mostrano una importante differenza in termini di esportazione, all'interno della quale la metà delle piccole imprese è quasi tagliata fuori.

La concorrenza Italiana vantata dalla Coldiretti, infatti, è uno scenario molto disomogeneo: la maggioranza delle realtà agricole italiane faticano ancora a trovare una nicchia di mercato all'interno della logica di mercato dell'Europa.

Non a caso, uno dei mirini delle proteste fu proprio la Coldiretti, che minimizzò il problema della crisi agricola a lungo.

Tornando all’aspetto di norme e requisiti per l’importazione, ogni paese extra-europeo deve adottare le normative vigenti nel nostro continente, come riportato sul sito dell’Unione.

Ma allora dove si colloca il vero problema?

Piccola parentesi per un enorme problema: gli allevamenti intensivi

In parte, l'importazione verso paesi esteri con coltivazioni sottopagate risulta vantaggiosa. In parte, la stessa Europa si è dimostrata poco attenta alla realtà dell'industria agroalimentare. Un esempio fondamentale, citato anche da Danilo Calvani, sono gli allevamenti intensivi.

Essi non solo rappresentano uno smacco economico per i piccoli produttori, ma anche un danno per ambiente, animali, lavoratori e salute. Secondo l’Agenzia europea per l’ambiente., il settore zootecnico da solo è responsabile del 54% di tutte le emissioni di metano di origine antropica. Questa stessa Europa, però, che continua a finanziarli.

La PAC, infatti, dedica circa l’82% dei suoi fondi al finanziamento del mondo agroindustriale, che si traduce in enorim quantitativi di fondi per allevamenti intensitivi. C'è infatti una lobby di allevamenti estremamente ingente. I tentativi di levare il finanziamento pubblico agli allevamenti europei sono sempre stati proposti da un'esigua minoranza di europarlamentari.

Ma il problema non è strettamente europeo.

A marzo si è discussa a Bruxelles la Direttiva sulle Emissioni Industriali (IED). Sono state varate misure più restrittive sull’allevamento di maiali e polli, lasciando però fuori i bovini. L'Italia, lamentando un rischio di abbassamento produttivo e un ulteriore carico burocratico da gestire, si è chiamata fuori.

L'Italia, evidentemente, non dimostra una opposizione in termini ambientalisti da parte degli agricoltori uniti nelle proteste - o almeno, non in termini radicali. Ad opporsi strenuamente ad un cambio di status quo riguardo allevamenti intensivi sono soprattutto figure delle grandi aziende agricole Italiane, nonché rappresentanti del governo per quanto riguarda i sindacati e la gestione del settore agroalimentare.

Dove sono, allora, le problematiche di natura salutare? Proprio qui, nel nostro paese: la tradizione enogastronomica italiana non ha nulla a che vedere con l'immagine sponsor di piccole realtà agricole e di pascolo.



Riqualificazione della figura dell’agricoltore



I lavoratori e le lavoratrici dell’agricoltura non si limitano a chiedere il miglioramento delle loro condizioni materiali. Le loro istanze spaziano anche su temi di natura sociale. Il punto numero 10 del loro manifesto non potrebbe essere più chiaro:

“RIQUALIFICAZIONE DELLA FIGURA DELL’AGRICOLTORE. A partire dalle scuole, riqualificare la figura dell’agricoltore ed allevatore, valorizzandola e non additandola come responsabile dell’inquinamento ambientale. L’agricoltore è una figura fondamentale per la società in quanto tutore dell’ambiente e produttore di cibo/vita!”

Il prof. Brunori segnala “un’insofferenza e una disaffezione generalizzata per le forme di rappresentanza, per i policy-maker, eccetera”. Calvani, però, non ci gira intorno: “I nostri primi nemici sono i sindacati agricoli, la Coldiretti! Ma come catturare la voce di agricoltori e agricoltrici e, soprattutto, coglierne il parere? Un modo efficace è quello di fare ricorso alle “piazze virtuali”, come Facebook, raccogliendo post e commenti.


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Arco temporale

In effetti un’analisi dei commenti sulla pagina Facebook "CRA Agricoltori traditi" rivela che il termine “sindacato” suscita quasi esclusivamente rabbia.


Sentiment analysis dei commenti sui sindacati agricoli

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96%

Negativi

88%

Rabbia



Agricoltori e agricoltrici si sentono quindi abbandonati/e. “Prima noi, negli anni nostri, vi parlo di 20, 30 anni fa, noi avevamo dei punti di riferimento o destra o sinistra o al centro, condivisibili o no, però erano punti di riferimento! Oggi non ci sono più.” Addirittura, secondo Calvani, lavoratori e lavoratrici si sentono strumentalizzati/e, come pedine in un gioco politico di cui non vogliono far parte: “Io sono stato chiamato da tutti questi politici da Nord a Sud non per di’ “Come si risolve il problema o guarda che c’hai torto, se risolve così”. No. Solo per compramme! Secondo voi un Paese così c’ha futuro?”.

Fraintesi/e, strumentalizzati/e, mal rappresentati/e: il punto del manifesto che chiede di riqualificare la loro figura e il loro lavoro appare come un tentativo di riappropriarsi della narrazione che riguarda agricoltori e agricoltrici, al di là degli stereotipi e del senso comune.

Effettivamente, l'interazione con Calvani e con il Prof. Brunori ha posto più volte noi stessi/e davanti a certi pregiudizi. A più riprese ci siamo sorpresi e sorprese a riprodurre alcuni preconcetti o a partire da assunti che abbiamo poi riconsiderato attraverso il dialogo con entrambe queste figure: un agricoltore e un esperto di politiche agricole, agli antipodi sono in apparenza. Se da una parte il confronto ci ha resi/e estremamente consapevoli/e rispetto al nostro posizionamento socio-culturale, dall’altra ci ha aiutato a comprendere che la rappresentazione di agricoltori e agricoltrici come persone bigotte e più o meno ignoranti è talmente radicata nel discorso della nostra società che difficilmente può essere evitata.

A questo punto, la giusta domanda da farsi, forse, è piuttosto quella che poneva la filosofa Gayatri Spivak nel suo famoso “Can the subaltern speak?” (“La persona subalterna può parlare?”). In questo saggio, molto importante nel campo degli studi postcoloniali, Spivak identifica la persona subalterna nel non-occidentale che, sostiene la filosofa, viene cancellata dalla classe egemonica (occidentale), poiché quest’ultima si dimostra accogliente solo verso ciò che può essere riportato entro le sue strutture senza metterle in discussione.

Utilizzando un approccio intersezionale che identifica la persona subalterna in chi occupa una posizione socio-culturale considerata inferiore, lo schema di Spivak si adatta bene a parecchie nostre osservazioni, offrendo una chiave di lettura interessante.

Il problema principale è che la persona subalterna e la classe egemonica non parlano la stessa lingua, cosa che porta a un cortocircuito comunicativo che limita le possibilità di comprensione e, dunque, di mutuo riconoscimento. Il linguaggio utilizzato da lavoratori e lavoratrici dell’agricoltura viene spesso liquidato come “populista”, tradizionalista e retrogrado, e utilizzato come ennesima conferma della loro ignoranza e incapacità di capire ciò di cui hanno davvero bisogno. In ultima analisi, il loro stesso linguaggio viene utilizzato per silenziarli/e.

Uno sguardo alle parole frequenti utilizzate nei post comincia a far comprendere quali sono i temi più dibattuti all'interno della pagina C.R.A. Agricoltori traditi: dall'agricoltura, alla religione e politica.


word cloud



Un'analisi più approfondita e semantica delle parole porta alla seguente ripartizione in temi:




Dal calcolo delle sequenze di parole più frequenti è interessante notare come tutte esprimano un sentimento di incoraggiamento ed unità. Come del resto era stato osservato dal professor Brunori, l'unità che ha saputo dimostrare il movimento degli agricoltori nel trasmettere la propria immagine è stato un elemento comunicativo molto efficacie.



È indubbio che i temi affrontati e le parole utilizzate siano molto vicini a un certo tipo di retorica in un certo modo populista e vicina alla destra. Tuttavia, questo è probabilmente il principale tipo di linguaggio a cui agricoltori e agricoltrici sono esposti/e, e quello rispetto al quale sono diventati/e più permeabili fino ad assimilarlo, finendo così per esprimersi e pensarsi attraverso di esso.

D’altro canto, sono proprio i partiti di destra (ed estrema destra) che si sono fatti portavoce delle istanze di agricoltori e agricoltrici. Questo è particolarmente vero a livello europeo per il PPE (Partito Popolare Europeo), che ha centrato buona parte della sua campagna elettorale sulle proteste agricole. Tuttavia, gli/le esponenti del PPE si sono limitati a commentare la nuova PAC 2023-2027 nei suoi risvolti ambientali, criticando punti come la riduzione dei pesticidi o la messa a riposo di una porzione delle terre coltivate, rafforzando così l’idea che questo fosse il principale motivo di malcontento tra i lavoratori e le lavoratrici del settore agricolo.

Un altro punto di vista interessante può essere fornito dal lavoro del filosofo e sociologo francese Didier Eribon, che ci aiuta non solo a capire meglio le dinamiche che hanno portato la classe operaia a distaccarsi dalla sinistra per avvicinarsi sempre di più alla destra, ma anche all’importanza che ha il linguaggio nella rappresentazione e comunicazione del sé, quando il sé appartiene a una categoria “ai margini”. Nel suo “Retour à Reims. Pour une théorie du sujet”, Eribon parte della sua soggettivà di uomo gay proveniente da un milieu operaio per esplorare i meccanismi, ad un tempo personali e sociali, che l’hanno accompagnato nel processo di “transfusion sociale” (il passaggio da una classe sociale all’altra). Eribon parla di come l’intellettualismo e la frammentazione della sinistra, accompagnate alla progressiva indulgenza verso ideologie neoliberiste, abbiano permesso alla destra populista del Front National di prendere sempre più favore nella classe operaia, che ne ha internalizzato la retorica, le istanze e addirittura i nemici - dalla borghesia allo straniero migrante.

Eribon ammette anche che, benché doloroso, identificarsi come gay gli ha permesso di entrare a far parte di una comunità che disponeva di risorse teorico-linguistiche per pensarsi, attraverso le quali era capace di comprendersi ed imporre la sua stessa narrazione del sé. Mentre aveva superato la vergogna di essere gay, non aveva superato quella di provenire da un ambiente proletario. L'iniqua distribuzione del capitale culturale, dell’accesso a canali educativi, aveva impedito alla “marginalità operaia" di riuscire ad imporsi come aveva fatto la marginalità queer.

In breve, riallacciandosi alla domanda di Spivak su se le persone subalterne possano parlare (essendo ascoltate), Eribon suggerisce di sì, ma a patto che si approprino del linguaggio della classe egemone.

Tuttavia, sembra ancora mancare per gli agricoltori e le agricoltrici una voce di raccordo, che colleghi il campo o il trattore al Parlamento, Italiano o Europeo. Se i sindacati non sono riusciti a farsi carico di questo compito, chi o cosa potrebbe contribuire a facilitare questo dialogo?

Quello della comunicazione, con Brunori, è un punto fondamentale, tanto da auspicare un cambiamento nella narrazione collettiva rispetto alla produzione agricola.